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Patrizio Pacioni
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Opere e Rappresentazioni Teatrali

Il dramma “Diciannove + Uno” è stato portato in scena in prima nazionale (con grande riscontro di pubblico) lo scorso 21 maggio al Teatro Golden di Roma dalla Compagnia Stabile Assai. La pièce è la seconda opera di “teatro d’inchiesta” scritta da Patrizio Pacioni, dopo “La verità nell’ombra” ispirato alla strage di Portella della Ginestra e del successivo clamoroso processo nella Corte di Assise di Viterbo, inserito nel 2015 nel cartellone del prestigioso Teatro Sociale di Brescia (uno dei TRIC italiani) e replicata in tutta Italia sempre per opera della Compagnia Stabile Assai. “Diciannove + Uno” narra di un o dei drammi più cupi e misteriosi del dopoguerra italiano: nel marzo 1962 la motonave Hedia, con a bordo un equipaggio di venti uomini (vale a dire, appunto, diciannove italiani e un gallese) scomparve letteralmente nel nulla nelle acque del Mediterraneo meridionale, al largo delle coste tunisine. Un inspiegabile quanto deprecabile velo di silenzio calò sulla vicenda, privando le famiglie degli scomparsi di ogni possibilità di conoscere la sorte dei propri cari. Menzogne, omissioni e clamorosi depistaggi resero la vicenda ancora più intricata, lasciando nell’ombra le trame internazionali in corso (guerra di Algeria, con relativo traffico di armi) e lotta per lo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi del nord Africa.
Nel quadro si inseriscono anche le disinvolte strategie commerciali di Enrico Mattei che, di lì a pochi mesi, sarebbe stato oggetto di un attentato mortale. In allegato alcuni riflessi stampa utili a mettere in luce il rinnovato interesse che la mia opera ha suscitato nei media, favorendo un movimento di opinione teso alla riapertura delle indagini sul mistero-Hedia.

I fatti

Il 16 febbraio 1962 la motonave Hedia (4300 tonnellate di stazza - iscritta al registro navale panamense per la Compania Naviera General S.A. e battente bandiera liberiana - costruita nel 1915 ma accuratamente revisionata poco prima della tragedia), partì per il suo ultimo viaggio. Salpata da Venezia, effettua uno scalo a Ravenna, per caricare concimi chimici, poi una lunga navigazione fino a Burriana, in Spagna, dove attracca il 5 marzo e scarica la stiva.. Comincia il viaggio di ritorno. Il 10 marzo scalo a Casablanca, dove imbarcano quattromila tonnellate di fosfati destinati a un committente di Venezia. Dopo di che.... Dopo di che, semplicemente, scompare nel nulla, presumibilmente mentre naviga al largo delle coste della Tunisia, nei pressi dell’isola di La Galite. Segue una serie sconcertante di notizie vere e false, di smentite, di false speranze seguite da cocenti delusioni. Fatto sta che passano i giorni e della Hedia non si sa più niente. Congiunti e amici degli scomparsi, alla ricerca di notizie sulla sorte dei propri cari, sbattono contro il vero e proprio muro di gomma composto dallo scarso impegno nelle ricerche della nave, da incomprensibili e ingiustificabili reticenze e da clamorosamente palesi depistaggi. Una cortina di fumo e di silenzio all’interno della quale, purtroppo, si nasconde anche il Governo Italiano. Di certo, in questa vicenda, restano soltanto i nomi degli sventurati naviganti:

Federico Agostinelli di Fano (comandante)
Colombo Furlani di Fano (primo ufficiale)  
Elio Dell’Andrea di Venezia (secondo ufficiale)
Otello Leonardi di Fano (capo macchina)
Michele Marancia di Molfetta (secondo ufficiale macchina)
Claudio Cesca di Trieste (marconista)
Giorgio Bandera di Mestre (capo fuochista)
Giuseppe Orofino di Catania (fuochista)
Ferdinando Balboni di Venezia (cuoco)
Filippo Graffeo di Sciacca (marinaio di coperta)
Nicola Caputi di Molfetta (marinaio)
Corrado Caputi di Molfetta (ingrassatore)
Cosimo Gadaletta di Molfetta (marinaio)
Damiano Bufi di Molfetta (marinaio)
Giuseppe Uva di Molfetta (marinaio)
Giovanni Pagan di Chioggia (marinaio)
Dino Bullo di Chioggia (marinaio)
Giovanni Salvagno di Chioggia (marinaio)
Edoardo Nordio di Chioggia (marinaio)
Anton Narusberg di Cardiff (macchinista)

Il dramma

Diciannove + Uno è nato dal fortuito incontro tra Giusy Orofino (nipote del fuochista Giuseppe, uno degli sfortunati membri dell’equipaggio della Hedia) e Elena Bonometti, componente del cda del C.T.B., l’ente teatrale bresciano, in occasione della rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia di “La verità nell’ombra”. In quell’occasione, apprezzando (bontà sua) il mio modo di approccio ai misteri di Portella della Ginestra, Giusy confidò all’amica la terribile disgrazia che si era abbattuta sulla propria famiglia nell’ormai lontano 1962 e di quanto ne fosse rimasto segnato il padre Concetto, fratello minore dello scomparso. Elena Bonometti a sua volta ne parlò a me, suscitando immediatamente il mio interesse. Al di là della vicenda, intessuta di mistero, ma anche di silenzi, di bugie, di omissioni, al di là delle trame di stato, dei complotti, dei segreti, ciò su cui più si focalizzò la mia attenzione fu il dolore inconsolabile di chi, rimasto a casa, si vide negata, insieme alla conoscenza della verità, anche di una tomba sulla quale sciogliere il proprio lutto. È trascorso oltre mezzo secolo, da allora, ma, contattando i familiari degli scomparsi mi sono reso conto che per queste famiglie rimpianto e disagio per il lutto negato sono rimasti intensi come allora. Così, nello scrivere Diciannove + Uno, più che pretendere di individuare una verità al momento ancora indecifrabile, più che avanzare alcune ipotesi legate a un contesto storico-politico generalmente noto, è proprio sui marinai a bordo della nave e sui loro cari che aspettavano a casa che ho voluto centrare un’affettuosa attenzione.

In teatro

Il dramma è stato adattato da Antonio Turco (educatore e regista, uomo di profonda cultura, di abnegazione alla causa di un pieno recupero dei detenuti attraverso la pratica della recitazione, nonché competente e appassionato cultore del teatro) coadiuvato dalla criminologa e teatro-terapeuta Patrizia Spagnoli. A metterlo in scena è la Compagnia Stabile Assai, il più antico e collaudato gruppo teatrale carcerario italiano. Fondata nel 1982 da Antonio Turco, responsabile delle attività culturali presso la Casa di reclusione di Rebibbia, si serve dell'attività teatrale come strumento di socializzazione e riadattamento. La compagnia è formata da detenuti e da detenuti semi-liberi che fruiscono di misure premiali, oltre che da operatori carcerari e da musicisti professionisti. I testi degli spettacoli sono inediti, scritti con la collaborazione di tutti i detenuti. La Compagnia si è esibita nei teatri di tutta Italia, nonché in sedi prestigiose quali la Camera dei deputati, il Campidoglio, il vecchio Tribunale di Viterbo, dove ha rievocato (“La verità nell’ombra”) con grande e unica suggestione alcune importanti fasi del processo di Corte di Assise contro gli autori della strage di Portella della Ginestra celebrato nello stesso ambiente negli anno cinquanta. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti si ricorda il Premio Massimo Troisi (2011) e l’Orso d’Oro che si aggiudicò nel 2012 (oltre venti anni dopo l’ultimo premio asseganto al nostro OPaese) il film dei fratelli Taviani Cesare deve morire” al quale parteciparono alcuni degli attori presenti anche in Diciannove + Uno, quali Giovanni Arcuri e Cosimo Rega. Nel 2014 sulla Compagnia è stato girato il documentario "Offstage", del regista Francesco Cinquemani.

                                                                                                        La verità nell’ombra


                                                                                                            di Patrizio Pacioni


Adattamento teatrale di Antonio TURCO.


Regia di Francesco CINQUEMANI.



Il celebre processo di Viterbo all’assassino di Salvatore Giuliano, il suo luogotenente Gaspare Pisciotta e agli altri componenti della banda, è il contenitore nel quale si dipana una storia non solo processuale. Il ritratto dell’Italia nella ricostruzione post bellica corrisponde a definire personaggi appartenenti ad un’epoca molto confusa e contradditoria in cui si è andata consolidando il rapporto di potere tra Stato e mafia. L’eccidio di Portella della Ginestra, la Sicilia contadina ed incapace di ribellarsi ad un destino scritto da altri, l’enigmatica figura di Pisciotta e quella carismatica di Salvatore Giuliano, il ruolo dei capi mafia Minatola e Miceli e quello del colonnello Luca, sono definiti in una opera caratterizzata da una riduzione in chiave di drammaturgia penitenziaria, come nello stile più classico della Compagnia Stabile Assai. Il più antico gruppo teatrale carcerario italiano che mette in scena sempre testi inediti, attribuisce ai detenuti componenti il gruppo, un ruolo non solo attoriale ma anche e soprattutto di presenza attiva nella riduzione scenica. Tra gli attori (detenuti ed ex detenuti): Salvo Buccafusca, oggi imprenditore edile; Francesco Rallo, Aniello Falanga, Cosimo Rega, noto per aver vinto con la regia dei Fratelli Taviani l’orso d’oro di Berlino nel 2012 (era il Cassio di “Cesare deve morire”), Giovanni Arcuri (il Cesare dell’omonima opera

teatrale), Danielr Arzenta, oggi apprezzato pittore, allievo prediletto del maestro Baruchello, Renzo Danesi, oggi operaio, sono i protagonisti dell’opera. La scrittura drammaturgia è affidata ad Antonio Turco, il fondatore(nel lontano 1982) della Compagnia, funzionario pedagogico della Casa di reclusione di Rebibbia. La regia è affidata a Francesco Cinquemani, autore di “Offstage” il docufilm sui personaggi della Compagnia, presentato al Courmayeur noir festival. La colonna sonora è curata da apprezzati musicisti come Lucio Turco, uno dei più grandi batteristi di jazz italiano, Roberto Turco, bassista di Rino Gaetano, Barbara Santoni, nota voce soul della Capitale, Paolo Tomasini noto sax tenore dei Bianca Bluee e 7 soul, Paolo Petrilli, bandoneon e fisarmonica, coautore delle musiche di alcuni film di Pupi Avati e Gian Franco Cantucci, voce della musica popolare del Sud.



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